giovedì 2 giugno 2016

Il tag dei fandom!

Dopo tanto tempo, sono tornata sul blog!

Essendo che desidero tornare con calma, senza strafare e senza avvelenarmi l'animo (cosa che, a quanto pare, mi risulta difficile, per un motivo o per un altro, ma mi sto mettendo d'impegno per riuscire), eccomi qui con un qualcosa di leggero e (spero) divertente per chi legge; io mi sono divertita nel pensare alle risposte.

Come sempre, io non taggo nessuno, ma se si vuole, si può prendere il tag e farlo come se vi avessi invitato io a partecipare e avvisarmi se vi va di farmi leggere le vostre risposte.

Per questo tag fandomico, si sceglie un fandom (ovvero un libro, un film, una serie TV, un videogioco, un fumetto, un cartone, qualsiasi cosa che vi scateni la "fangirlite acuta") e se ne parla, seguendo i vari punti sotto elencati.

Sarò scontata, ma scelgo come fandom Dragon Age. È un fandom che si compone di tre videogiochi – Dragon Age Origins, Dragon Age II e Dragon Age Inquisition – (corredati di DLC ed espansioni), alcune serie di fumetti – Dragon Age, The Silent Grove, Those Who Speak, Until we sleep, Magekiller – e alcuni libri – Il trono usurpato, La chiamata, Asunder, L'impero delle maschere, Last Flight – più un film dal titolo Dragon Age: Dawn of the Seeker e altri fumetti editi online e delle webseries.

Tutto parte dalla serie di videogiochi di ruolo a tema fantasy, sviluppata da Bioware. In pratica è dal 2009 – anno in cui iniziò anche la saga di Ezio Audiore – che mi sono avvicinata al mondo di Dragon Age comprando Origins, ma è solo da alcuni anni che ne ho riscoperto la passione, e sono affezionata a questa saga non solo per le emozioni che ho provato (e provo tuttora) grazie alle vicende e ai personaggi, ma anche perché ripartendo da Origins e scoprendo tutto il resto io sono riuscita a trovare un piccolo, grande interesse che mi ha permesso di lottare contro la depressione e di ritrovare la passione per la scrittura. È anche per questo che amo scrivere fanfiction su questo mondo, che mi ha dato tanto.

Dunque partiamo! Nel caso in cui non conosciate la saga (e magari vorreste approcciarvi a essa) cercherò di stare sul vago e di mettere tra asterischi i possibili spoiler. Nel caso in cui adoriate come me gli spoiler leggeteli pure!


OTP

F/F: Isabela e Female!Hawke, coppia che si può vedere in Dragon Age II. La romance con la bella piratessa Isabela è la mia preferita, non solo perché lei è tremendamente intrigante e sensuale, ma anche perché è una di quelle relazioni che partono da un qualcosa di puramente fisico che poi sfocia in altro, qualcosa di più profondo.
Amo Isabela perché sa stare allo scherzo, non si tira indietro se ci si vuol fare una bevuta, è provocante, non si tira indietro se si parla di un umorismo triviale, è tutta curve (mi piacciono le donne formose), sembra superficiale, ma non lo è; compie anche buone azioni – che da lei, se vogliamo darle un allineamento, è una caotica neutrale, non ti aspetti – ma non mette i manifesti quando li compie, per vantarsene, come farebbero tanti altri. Se si ha una buona approvazione con Isabela lei mostrerà un lato davvero inaspettato, tenero, e anche romantico se si prosegue fino alla fine la romance con lei.
A me piace particolarmente anche perché lei è quell'esempio di donna che non ha problemi nel vivere liberamente la sua sessualità e come le donne – nel 2016 – viene etichettata come “troia” per questo, ma lei se ne frega, perché lei sa qual è il suo valore come persona, ancor prima di essere donna, e non deriva di certo da quanti partner ha avuto. La ammiro per questo. Emblematica è la sua frase “They don't know me. I know me”.

M/M: Dorian e Male!Inquisitor, che si ha in Dragon Age Inquisition. Dorian è dichiaratamente omosessuale, e non si è mai piegato alle rigide etichette che vedrebbero un amore tra uomini come un vezzo, un qualcosa di puro diletto, ma superficiale, solo per passare il tempo, mentre poi devi comunque “tornare alla realtà” ovvero sposarti e fare figli. Dorian è sarcastico e affascinante e devo dare atto del fatto che è un personaggio ben caratterizzato, dal background definito e soprattutto non è affatto una macchietta.
Tendenzialmente, bazzicando nel mondo del fanwriting, ho notato che quando si tratteggiano uomini omosessuali, molto spesso li dipingono sempre come “sbrilluccicanti, amanti dei lustrini, sopra le righe per via di comportamento ed estro e dal carattere lunatico”, e che quindi sfociano caratterialmente nell'essere dipinti come “vulvette lamentose”/“checche isteriche” (sono gli unici modi per far capire il luogo comune: con un altro luogo comune) e a me sta palesemente sullo stomaco perché non è possibile che ogni uomo debba essere reso così. E mi fermo qui.
Dorian non lo è e personalmente dargli il mio inquisitore Caderyn come compagno per me è stato come dargli una gioia dopo una vita di “mainagioia” sentimentalmente parlando.

M/F: Iron Bull e Female!Inquisitor, sempre da Inquisition. Anche loro, come per Isabela e Female!Hawke, la relazione nasce a partire dal sesso per poi svilupparsi in un sentimento più profondo.
Di Bull vi ho già parlato qui, ma male non fa ripetere alcune cosette.
Bull appare massiccio, un colosso, una specie di Bud Spencer che non si tira indietro a lottare e uccidere, ma sa essere anche molto premuroso verso il partner, si prende cura di lui/lei – è un personaggio pansessuale, lo si può accoppiare con un personaggio di tutte le razze; io ho scelto di accoppiarlo a una inquisitrice che ha molto di me, a partire dai capelli rossi (e lui ha un debole per le rosse, lo dice proprio!) – e anche sotto il profilo sessuale, non è affatto come Cristiano Grigio delle cinquanta fognature: con lui si ha una sana relazione basata sul BDSM. Il tutto è sano, sicuro e consensuale e lo si può notare nei cutscene se si avvia la romance con lui.
Bull è allegro e gioviale, sa essere serio quando ci vuole e sa scherzare quando occorre che lo si faccia. E Freddie Prince Jr. gli ha dato una voce che… che parlo a fare?
Lui poi è un tesoro con le sue Furie ovvero i suoi commilitoni della banda di mercenari di cui è il capo, si prende cura di loro come una mamma chioccia e vuole bene a ognuno di loro; dietro quei muscoli si cela tanta tenerezza, è un compagno che personalmente se lo incontrassi nella realtà… non me lo lascerei scappare.

Personaggio preferito maschile? Bull. Sempre e per sempre. Se voglio arrivare a fare una Top 3 dico: Bull, Varric (presente in Dragon Age 2 e Inquisition) e Zevran (presente in Origins come personaggio giocante e nel 2 in una comparsata).

Personaggio preferito femminile? Mi divido a metà tra la mia Custode Sheridan (personaggio di Origins ovvero la mia protagonista) e Cassandra (presente come personaggio giocante in Inquisition, ma la si conosce nel 2. Su di lei è incentrato il film Dawn of the Seeker).

Personaggio più complesso? Il bello di Dragon Age è che non esistono personaggi semplici e personaggi complessi: tutti sono perfettamente tratteggiati e dotati di tante sfumature che te li rende amati o odiati, ma non dirai mai che sono banali. Quindi dico tutti e non mi pento di dire così.

La morte più dolorosa? Ogni morte è uno spoiler sinceramente, quindi non so come fare in questo caso… *Spoiler* Io dico Duncan e dopo averlo conosciuto da giovane ne La chiamata il mio cuore piange ancora di più.

I cinque momenti migliori da feels? Per feels si possono indicare anche momenti lieti e quindi… *spoiler*

1) La storia d'amore travagliata di Loghain e Rowan ne Il trono usurpato (angst a palate);
2) Rivedere Gorim a Denerim se il tuo Custode è una nana nobile in Origins (angst anche qui a vagonate);
3) Dorian che racconta all'Inquisitore/Inquisitrice del rapporto che ha con suo padre in Inquisition;
4) La vicenda di Nicholas e Julien ne La chiamata;
5) La storia di come Bull conosce Krem, il suo secondo in comando nella compagnia.

Sono tutti angstosi, ma io sguazzo nell'angst.

Personaggio che hai detestato? Quel figlio della merda di Danarius, dico solo questo.

Cosa avresti voluto cambiare? Un certo atteggiamento di Alistair (personaggio giocante in Origins), che io non riesco a perdonare, come non riuscirei a farlo nemmeno con una persona nella vita vera.

Personaggio che vorresti morto e invece è vivo? Solas, da me ribattezzato “uovo marcio” per via della pelata e dalla sua testa che sembra un uovo o anche “Mastro Lindo”, la versione poraccissima.

Scegli solo un personaggio da far ritornare in vita. Bethany. La mia pupina!

Il maggior colpo di scena? Viene dal DLC Trespasser, quindi *spoiler*
Se in Inquisition si sacrificano le Furie (i mercenari di Bull, che è la sua famiglia), con tutto se sei in romance con lui, Bull ti tradisce e lotterà contro di te.

Best quote? Ne ho due a pari merito: “No one is born wise; we get that way only by enduring” (detta da Loghain) e “You have to fight for what's in your heart” (detta da Dorian).

Preferisci le voci originali o doppiate? Sono solo originali, e sono meravigliose.

Personaggio su cui ti sei ricreduta, in meglio o in peggio? Fenris. Giocando la romance con lui ottenendo il massimo dell'amicizia, ho notato quanto tiene davvero a Hawke e come riesce – per stare con lui/lei – ad avvicinarsi ad alcuni compromessi che per lui sono difficili da mandare giù. E poi la scena in cui *spoiler* racconta che non sa leggere perché – da ex schiavo – non gli era permesso imparare mi ha sciolta e impietosita tantissimo, al punto da dire “ti insegno io!”.

Gli antagonisti sono all'altezza dei protagonisti? Assolutamente sì. Non sono dei cattivi senza motivazione di essere cattivi, affatto.

Hai mai cercato dei video su youtube? Praticamente sempre!

Attore/attrice preferito? L'ho già citato prima: Freddie Prince Jr. che quando dà la voce a Bull renderebbe sexy persino la lista della spesa.

Personaggi secondari preferiti? Rowan Guerrin, decisamente lei!

Hai mai pianto? Alla Bioware sono amanti dell'angst, quindi sì, parecchie volte! Il momento in cui però piango di viva commozione è quando viene intonata The dawn will come, il momento in cui l'Inquisizione si fonda davvero. A tal proposito metto qui il link di una versione bellissima cantata in una chiesa. Io sono atea, ma questo non mi impedisce di amare un qualcosa a carattere religioso (anche se della religione del mondo fittizio dell'opera), che sia chiaro: l'arte e la sua bellezza esulano dalle credenze che uno ha.

Perché la tua OTP è superiore alle altre? Perché Bull è la gnoccanza fatta a qunari. Scherzi a parte, io non faccio mai pubblicità alle mie OTP per screditare le NOTP, viva il libero shipping purché non si cada nell'OOC merdoso.

Soundtrack preferita? Destiny of love, canzone del secondo gioco.

Il finale ti ha soddisfatto o deluso? Più che altro, essendo quello di Inquisition davvero aperto, ti viene da dire “datemi il quarto gioco ora”!

Un aggettivo per ogni personaggio che ti viene in mente? I personaggi sono tanti, farei un papiro!

Hai visto questo prodotto con superficialità per poi ricrederti o con alte aspettative iniziali per poi rimanerne deluso? Diciamo che non partivo prevenuta quando presi Origins; sapevo che ne parlavano benissimo anche le critiche, ma non sapevo cosa aspettarmi. Me ne sono innamorata.

NOTP? Hawke (sia donna sia uomo) con Merrill nel 2. La vedo solo come una sorellina.

Hai mai odiato il tuo preferito? Ammetto che certi sberloni a Loghain glieli darei volentieri, non giustifico affatto alcune sue scelte che trovo disumane.

Ti vergogni nell'ammettere di amare tale personaggio? Amo Loghain. *mette i manifesti*

Hai ricevuto bashing invece? Sì, perché non accoppio Zevran, Anders, Fenris e Bull a personaggi maschili, mi si è accusato di essere omofoba. Semplicemente per immedesimazione, non mi eccitano particolarmente pensare o vedere due uomini che fanno sesso, idem nel leggere fanfiction; viceversa con le donne lo trovo dannatamente eccitante e lo stesso con una donna e un uomo.

Unpopular opinion? Alistair di Origins mi sta palesemente sul culo per una scelta che fa, per un comportamento che ha.
*spoiler*
Se non sei una umana nobile, con tutto che ha una relazione con la tua Custode, non ti sposa. Adduce la scusa che il popolo non vedrebbe di buon occhio sul trono la tua Custode. Lui per primo ha sempre odiato le etichette essendo il figlio bastardo del re Maric, perché quando la gente lo scopre si comporta in modo diverso con lui rispetto a quando non lo sapeva, e temeva che anche la Custode – quando glielo confessa – avrebbe cambiato atteggiamento verso di lui. Visto che poi lui intavola sin da subito con la Custode una relazione seria, con tanto di dichiarazioni – imbranate sicuramente, ma dolci, tenere, sentite – è proprio da merde dire poi quell'affermazione di cui su. Penso che non avrebbe dovuto dire una cosa del genere e sposare la Custode al di là della sua razza e del suo lignaggio se in romance con lei perché dapprima avrebbe mostrato al popolo che si sposa per amore e che scegliendo una maga umana, un'elfa (maga o meno) o una nana le minoranze dei suoi sudditi si sarebbero sentite più rappresentate oltre al fatto che avrebbe avuto affianco chi diceva di amare. Per la mia visione delle cose questa è una cattiveria, non gliel'ho mai perdonata.

sabato 2 aprile 2016

Meta-pensiero. #01

Tempo fa avevo detto che, con ogni probabilità, avrei potuto ritagliarmi uno spazio un po' più personale su questa piattaforma; essendo che non obbligo nessuno a leggere i miei pensieri più intimi, sentitevi liberi di saltare a piè pari questo e nel caso qualsiasi altro post che recano questo titolo.

Il titolo non è scelto a caso: il docente di psichiatria ha parlato del "meta-pensiero" ovvero la capacità di pensare al di là del proprio pensiero o quello altrui; è come se salissimo su una scala e vedessimo dall'alto i nostri pensieri e riflettiamo su di essi in modo cosciente. Il meta-pensiero aiuta a dare risposte razionali e non istintive (che sono basate sulla necessità del momento) e si guardano i problemi da una prospettiva critica, analizzandoli logicamente. Permette quindi di migliorare molto, in modo consapevole, diventando magari più equilibrati. Fondamentalmente è quello che cerco di fare, ovvero trovare il mio equilibrio; non è affatto facile, ma se la via per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, mi piacerebbe che oltre al pensiero e alle parole ci fossero dei fatti.

Sento dunque la necessità di mettere per iscritto qualcosa che sento potrebbe aiutarmi a stare meglio: per quanto abbia degli amici e possa confidarmi liberamente con loro, la scrittura è sempre molti passi davanti a loro. Ne ho bisogno, in parole povere, ho bisogno di riflettere con una pagina davanti e non è detto che quello che scriva possa avere senso alcuno. Considerando che scrivo anche dall'applicazione del cellulare (perché sono senza linea fissa) potrebbe essere che non ci sia né una testa né una coda.

Avrete senz'altro notato che è da un po' che non riesco a recensire o a scrivere dei post per il blog o delle nuove storie: le idee mi rincorrono fin troppo, saprei anche cosa dire, ma faccio in modo che le idee non mi trovino. Mi sento spenta, stanca, triste. Vorrei fare tante cose e invece ne riesco a fare molto poche, con degli esiti non proprio del tutto positivi. L'unica cosa che riesco a fare è dormire e sebbene i miei occhi ne abbiano tratto giovamento, dormire troppo non va bene. Questo per me è molto frustrante. Mi scuso con i lettori, ma non sto vivendo un bel periodo. Si è soliti dire che quando la causa del nostro malessere è a noi esterna non si può fare nulla per cambiare la situazione; analizzando meglio le cose potrei dire che se queste cause esterne riescono a penetrare nel nostro interno vuol dire che innanzitutto sono riuscite a entrare in noi e quindi per quanto possano essere esterne sono comunque giunte a contatto col nostro io, ragion per cui ci riguardano e si potrebbe provare a risolvere le cose.

Sono una persona tendenzialmente incazzosa e incazzata e, per quanto oggigiorno mi arrabbi solo per cose davvero per me importanti, ecco che alle volte le cose per cui mi arrabbio si concentrano tutte nello stesso periodo, nella fattispecie questo.

Questo periodo è per me, contrariamente alla primavera sopraggiunta, molto uggioso e mi sto trasformando in una vecchia orsa, nel senso che sebbene possa confidarmi con le persone non ci riesco. Sto passando delle fasi di mutismo che vengono interrotte solo dalle conversazioni telefoniche o quando impreco perché mi succede qualcosa. Ho tanto da dire, ma non me la sento di parlare con gli altri. Mi sono chiesta il perché e la risposta era sempre insita in me, anche se non volevo esternarla: non voglio pesare sulle persone. L'amicizia è sostenersi a vicenda, aiutarsi, costruire qualcosa (perché si anch'essa si alimenta tutti i giorni, come ogni sentimento) e so bene che posso contare su persone che mi vogliono bene, eppure in questi momenti in cui mi sento fin troppo lamentosa ho paura di essere di troppo, di dare fastidio: questa è una paura che ho sempre, perché le persone che si sono succedute nella mia vita (e quelle che non ho potuto mandare al diavolo me le devo tenere ancora davanti, ma si spera per poco) mi hanno sempre fatto sentire piccola, infinitesima, inutile, una di quelle persone che non ha niente da offrire a livello intellettuale, morale, come persona dotata di sentimenti. 

Il risultato è stato quello di non avere una sana autostima: come avrebbe potuto averne una ragazza che è sempre stata sminuita, deprezzata e considerata come una persona di cui si può fare a meno, una persona da sfruttare solo quando fa comodo per poi gettarla via? Sto costruendo la mia autostima giorno per giorno e anche in questo caso mi ritrovo a dire che è difficile; ci sono però giorni in cui è più difficile rispetto agli altri perché vedo che quello che faccio non raggiunge i risultati sperati e quindi tutte le insicurezze ritornano più forti e più prepotenti che mai, arrivando anche a disturbare i miei sogni: ho iniziato a prendere la melatonina per dormire la notte e non avere incubi. Preferisco un sonno senza sogni anziché avere gli incubi che mi fanno svegliare nel cuore della notte.

Considerando poi la mia vita mi sento incerta sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista sentimentale, sia su quello familiare. Sulla seconda non mi dilungherò molto: sono sfigata, la sfortuna mi perseguita e le persone che desiderano soltanto trattarmi come un oggetto (detto meglio soltanto come un buco) sono attirate da me come le mosche sono attratte dalla carne in putrefazione. Io non condanno le persone che desiderano rapporti occasionali e non succederà mai; quello su cui voglio mettere l'accento è che non fanno per me, i rapporti occasionali. Per far sì che io sia attratta fisicamente da qualcuno ho bisogno di conoscere dapprima la mente della persona, quindi ci interagisco, ci passo del tempo, la mia è un'attrazione cerebrale e mi piacerebbe costruire qualcosa. Nel caso in cui si voglia avere a che fare con me per qualcosa di blando non esiste, nel caso si voglia tradire la ragazza con me non esiste per niente, né in questa né nelle altre vite o negli altri universi alternativi. Quando si interagisce con le persone si deve essere sinceri, dire quello che si vuole subito, di prese per il culo ne ho già avute troppe (e continuano).

Parlando della mia famiglia, non sono in buoni rapporti con essa, specie perché la mia famiglia non mi sostiene e non mi supporta; è una famiglia in cui "o fai come diciamo noi o niente", "tu sei un'incapace", "lascia perdere la scrittura ché non ti dà il pane", "vedi di trovarti qualcuno ché sei una zitella", "sei presuntuosa, arrogante e anche brutta, ecco perché non ti vuole nessuno"... queste sono alcune delle cose che mi sento dire più spesso da loro. Mio padre poi non perde occasione di dire che mi vorrebbe fare nuova nuova a suon di ceffoni perché rispondo a tono e non mi sottometto come una "brava schiava del padrone che mi ha dato 23 cromosomi" e mia madre si sente in competizione con me e ha da ridire su ogni cosa, a partire da quanto faccia schifo il mio sugo a differenza del suo (e non è vero, perché se c'è una cosa in cui sono sicura di riuscire è la cucina), fino ad arrivare a dire che leggo dei libri di merda perché "non hanno né capo né coda" e su questa cosa avrei da ridire perché mi sa che il problema non sono io o i miei gusti, è mia madre che gradisce cose meno impegnate. Legittimo sicuramente, ma dire che io sono un'idiota a partire dalle mie letture e dai miei gusti musicali... probabilmente un'imprecazione l'avrebbero tirata tutti se fossero nei miei panni.

Avere a che fare poi col resto del parentado che si accapiglia sull'eredità del nonno, l'unica persona che mi voleva bene a cui io voglio tuttora un bene dell'anima, mi sta spossando. Non nascondo che i miei zii (con mogli e figli al seguito) sono un cumulo di ignoranti e credono di poter infinocchiare mia madre che, è il caso di dirlo, è una di quelle persone che per definizione secondo me aspira a voler diventare una Mary-Sue: vuole essere sempre buona e gentile, educata e cortese con tutti. Sì, mamma, e poi i tuoi fratelli te lo vogliono mettere in un certo posto. E siccome deve ancora nascere qualcun altro che possa fregarmi (quei due che lo hanno fatto avranno una visitina dal karma) è andata a finire che sono io quella che si interessa delle carte e di ogni elemento che va dalle multe (perché se è vero che la legge non ammette ignoranza è altresì vero che la gente non va a vedere l'albo pretorio al municipio per sport e nessuno ha mai informato con una lettera che le leggi sulle concessioni terriere da parte dello Stato siano cambiate, ma tanto chi è sempre in torto sono i poveri cristi, del resto), alle volture e agli estratti catastali. Per essere onesti poi, è inutile che dite "io devo tutelare i miei interessi" perché quando vostro padre aveva un tumore non ve n'è fregato un cazzo e nessuno si è mai interessato ad accompagnarlo per la chemioterapia o interessarsi dopo dell'accaduto. Non è che mio nonno, che mi ha fatto da padre (e se lo ha fatto con me con tanta dolcezza e amore sicuramente lo ha fatto anche con voi), aveva la sfera cristallo per predire di  che sarebbe caduto in depressione dopo il tumore per lasciarsi morire di inedia e non ha stilato nessun testamento, perché a voi frega solo della proprietà, perché altrimenti non direste "alla terra da me" (non è italiano, ma le citazioni si devono fare per bene). Se potessi mettere sotto con un trattore tutte queste persone penso che starei meglio, proprietà o non proprietà, a me non cambia niente: tutto quello che mi ha insegnato il nonno per me è l'eredità migliore che potessi mai ricevere, che trascende il vile denaro.

Professionalmente parlando... sono davvero felice di fare la redattrice e scrivere per Zona SISMica e sono coinvolta anche in un nuovo progetto che riguarda la mia passione più grande ovvero la lettura (ma fin quando non vi mostrerò nulla non dico altro; non credo nella sfortuna, però mi piace annunciare le cose quando ho la totale sicurezza) e adesso devo impegnarmi sul serio perché per questo mese su ZS c'è proprio il buco nero per ciò che riguarda l'area SCORA, ragion per cui mi metterò sotto io sistemando e terminando l'articolo sulle unioni civili; ci tengo particolarmente, in tutt'onestà.

Professionalmente parlando... il mobbing che fanno gli specializzandi ai tirocinanti che vorrebbero fare l'internato in un dato reparto è spaventoso. Ricordate che siete stati anche voi studenti di medicina, non fate tanto gli arrivati, specie se poi scopri che da Roma siete tornati in patria e c'è papino a medicina interna, eh. Sono stata trattata malissimo da una specializzanda in ginecologia, che ha avuto da ridire sul mio rossetto. Una dei dirigenti medici in cardiologia mi aveva fatto dei complimenti su come fossi carina e come il mio trucco stesse bene col mio viso e su come le sembrava appropriato per un reparto: non vedo perché una donna sulla cinquantina avrebbe dovuto mentirmi, mentre io le avrei fatto una standing ovation quando alla perla "il mio ragazzo non vuole che mi trucchi" di una mia collega rispose dicendo "una donna deve scegliere da sola se truccarsi o meno e non perché lo dice qualcun altro, si deve rispondere solo di se stessi". Questa specializzanda invece... ci sono rimasta male perché è dalle piccole cose che si capisce come si comportano le persone con te; averlo ribadito più volte ridendo con l'infermiera è stato anche odioso. Per citare una ragazza che adoro con la sua replica al mio post di sfogo su faccialibro (grazie di cuore, Dra, mi hai risollevato la giornata) "pensavo di essere in un reparto e non su una rivista di Vogue": io avrei risposto dicendole "vediti la ricrescita che lo stacco nero sul biondo 'appicciato' è quasi più grezzo del tuo modo di parlare".

Ne conseguì che iniziai a riflettere sul fatto di sentirmi un vero e proprio pesce fuor d'acqua perché di critiche sul mio aspetto ne ho ricevute parecchie (sei brutta, sei una balena, è inutile che ti credi bella perché hai un viso passabile, sei sempre brutta anche se hai i capelli lunghi, ecc ecc), ma su un ambiente professionale, da persone giovani che non hanno tanti anni in più di te non ti aspetti certe cose; già i tirocini in Italia, per gli studenti di medicina, nella maggior parte dei casi sono delle perdite di tempo perché di mettere le mani sui pazienti non se ne parla, di imparare qualcosa perché la gente non ti calcola manco a pagare a peso d'oro e quindi finisce che reggi il muro (o trovi posto in sala d'aspetto e fai le parole crociate che ti metti nel camice) deprimendoti perché se non vedi un accidenti come fai a capire che quel reparto può interessarti? Come fai a capire che quel reparto può essere la tua strada? NON.LO.CAPISCI.
Per colpa di primaria acida e specializzanda acida con cui dovrei stare parecchio mi sta passando la voglia di chiedere l'internato in ginecologia e questo mi ha fatto cadere le braccia. Oggigiorno il test per la specializzazione è nazionale, ma l'internato per la tesi si chiede dove studi e in un clima così ostile e brutto non vorrei stare. Da qui il dilemma: fare qualcosa che ti piace dove la gente ti tratta come una merda oppure fare qualcosa di cui non ti frega nulla con un clima più sereno e persone meno carogne?

Questo è un periodo in cui oltre a non riuscire a scrivere non riesco a leggere come vorrei; non è un vero blocco del lettore, ma è più un mainagioia che si estende anche alla mia capacità di leggere qualcosa. Solo ieri l'altro ho iniziato a leggere, dopo settimane in cui non toccavo libro, Vita di corsia, un libro di Jaddo, una dottoressa di medicina generale francese che ha scelto questo pseudonimo a partire da un blog per parlare delle sue disavventure di tirocinante e specializzanda in quello che è il percorso di studi della facoltà di medicina e chirurgia in Francia. Mi sono resa conto che quello che sto vivendo io lo ha vissuto anche lei, con tanto di risposte sarcastiche mai dette sia ai pazienti che mentono o che pensano che il medico debba fare tutto ciò che loro pretendono, sia ai primari che non ti calcolano che però obbligano a frequentare il reparto dove sei solo un reggi-muro, sia agli specializzandi "ormai arrivati" che si credono divinità scese in terra. La sua rabbia contro la gente cattiva e menefreghista ha trovato un corrispettivo anche nella mia e mi sono sentita capita: mai avrei pensato che in questo periodo sarei stata "capita" da un libro, capita da una persona che non conosco, ma che ha detto molte verità che spesso vengono taciute per questo o per quel motivo. 

Questo libro mi ha fatto sorridere, uno dei pochi sorrisi sinceri che ho fatto (seppur da sola, a casa) in questo periodo e dopo averlo letto ho deciso di fare alcune piccole cose che spero possano sistemare le faccende esterne che sono entrate all'interno di me.

Ci sto lavorando e mi auguro possa funzionare. Se così dovesse essere potrei anche definirli per bene in un altro meta-pensiero.

martedì 8 marzo 2016

Di come io e l'otto marzo ci guardiamo sempre in cagnesco.

*Attenzione: contiene linguaggio a tratti scurrile*

Questa volta parlerò di qualcosa partendo dalle mie esperienze, quindi il discorso sarà personale, per cercare magari di fare un discorso generale. Si prega quindi di non giudicare il mio vissuto o la mia visione delle cose; per parlarne in modo civile e garbato, invece, sono sempre disponibilissima.

Non ho mai fatto mistero del fatto che sono atea e anticlericale, ma non per questo non rispetto le persone religiose (di qualunque religione, a patto che si rispetti me e il mio ateismo e non vogliono cercare di inculcarmi qualcosa), quindi non ho un problema con le feste “programmate” come il Natale, la Pasqua o le feste patronali.

È altresì vero che l'unica festa che io adoro è il compleanno, sia quello delle persone a me care sia il mio, perché mi piace davvero fare regali a chi voglio bene, ma riconosco che preferisco (specie fare) di più un pensierino random in qualsiasi altro giorno dell'anno perché per ricordarsi di qualcuno non serve la festa, se si tiene a essa, almeno secondo me.

C'è però una giornata dell'anno in cui io vedo dilagare la grande fiera dell'ipocrisia che possiamo sì vedere ogni giorno, ma qui portata all'estremo: sto parlando dell'otto marzo, il giorno che viene definito come la “festa delle donne”.

Perché ce l'ho con questa “festa”? Beh, è presto detto: non ce l'ho per la giornata in sé, ma per l'uso che la gente fa di questa giornata e no, non mi sto riferendo al voler andare a festeggiare magari con degli spogliarellisti. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto la “festa delle donne” non si chiama così: il suo vero nome è giornata internazionale della donna e molti sono i miti e le leggende che ruotano attorno a questa giornata.
Miti e leggende che sono dei veri e propri falsi storici.

Le leggende narrano che questa giornata sia nata in commemorazione di alcune donne americane che persero la vita in un incendio in fabbrica nel 1857, perché furono chiuse nella fabbrica dal proprietario affinché le donne non partecipassero a uno sciopero. Altre storie fanno riferimento a un rogo avvenuto nel 1911 a New York in una fabbrica di camicie, in cui persero la vita 134 donne.
Controllando le fonti storiche si scopre che questa fabbrica non esisteva e ogni Paese cambia sempre date, luogo e numero delle vittime.

Ebbene, tutto questo è falso.

L'origine della giornata internazionale della donna è da ricercarsi nella storia del socialismo.

Nel febbraio del 1909 gli Stati Uniti, su iniziativa del Partito socialista americano, pensarono di celebrare per la prima volta questa giornata. Nel 1910 l'iniziativa venne raccolta a Copenaghen durante la Conferenza internazionale delle donne socialiste, anche se non risultano le motivazioni che portarono a scegliere tale data, stando ai documenti del congresso. E infatti fino al 1921 i singoli Paesi scelsero giorni sempre diversi tra loro per questa celebrazione.

Dal 1921 si scelse invece – durante la Seconda conferenza delle donne comuniste a Mosca – come unica data per le celebrazioni, uguale in tutto il mondo l’otto marzo, in ricordo della manifestazione contro lo zarismo delle donne di San Pietroburgo nel 1917.

Questa giornata non ha nulla a che vedere con commemorazioni varie ed eventuali (oltre che fasulle). In Italia trovò riscontro negli anni '40, a opera delle donne dell'Unione Donne in Italia e si scelse come fiore la mimosa, perché si trova a marzo e costa(va) poco – oggigiorno direi che la paghi anche troppo visto il lato consumistico che ha assunto ogni ricorrenza – ma le iniziative di renderla giornata nazionale non attecchirono fin quando non arrivò anche da noi il femminismo.

La cosa che mi preme sottolineare è una: il femminismo non è il contrario del maschilismo.

Il femminismo lotta per far sì che tutti indistintamente siano davvero di pari diritti e doveri di fronte la legge e nella società. Si sostiene quindi la parità economica e sociale dei sessi, che il sesso biologico non sia un discriminante che determina un modello sociale prestabilito, o i diritti politici ed economici della singola persona.
Il femminismo lotta contro tutte le oppressioni di genere, rivolte alle persone, siano esse donne o uomini.

Si tratta quindi di una forma di egualitarismo; molto spesso si chiede perché al posto di “femminismo” non si usa la parola “egualitarismo”: la risposta che io do è sia etimologica sia sociale.
All'interno dei trattati medici francesi del Settecento si ha la definizione di “femminismo” come una patologia, ovvero la fiacchezza e l'indebolimento del corpo maschile. Era un termine dispregiativo utilizzato per dire dunque che sono le donne a essere deboli (anche fisicamente), non gli uomini. Da qui si capisce che la donna è stata da sempre oggetto di vessazioni fisiche, sociali, economiche e politiche e questa è la ragione per cui si usa la parola “femminismo”: ricordare da dove si è partiti, per cercare di ottenere la vera parità.

Non dobbiamo nascondere il fatto che dietro la parola “femminismo” si nascondono molte persone che pensano solo ai propri interessi, i loro tornaconti e pensano e dicono cose del tipo “le donne sono superiori”. No, questo non è quello che il femminismo insegna. Queste persone non sono femministe. Mi spiace deludere queste persone (ma anche no), ma no, il femminismo predica la parità e cerca di renderla effettiva anche nei fatti.

Assodato ciò, passo a dire perché mi dà fastidio il come venga utilizzata questa giornata.

Prima ho detto che non mi riferisco di certo alle donne che questa sera andranno in discoteca, si divertiranno, balleranno… ognuno nella propria vita è libero di decidere come spendere meglio il proprio tempo.

Come sempre ricordo che non esiste un unico modo di essere donna: si è donne in qualunque modo si decide di vivere la propria vita, al di là degli stereotipi e delle convenzioni sociali; si deve fare ciò che ci si sente di fare.

L'amare la discoteca (esempio che uso sempre perché viene visto come simbolo di frivolezza e stupidità) non è condizione necessaria e sufficiente per giudicare una persona, tantomeno una donna. Il fatto che una persona ami ballare non vuol dire affatto che non possa essere una persona che ha interessi, che lavora, che vuole essere indipendente o chissà altro. Una bella manica di fatti propri la gente dovrebbe farsela sempre.

Ed ecco che abbiamo quegli uomini – e anche tante donne – che vogliono affibbiare l'etichetta di “troia” a chi va a ballare, a chi fa sesso occasionale, a chi sceglie di vivere la propria vita come meglio crede e quindi inizia un discorso del tipo “non sono vere donne quelle che si vanno a divertire, fate schifo” o “la festa della donna non è solo oggi, si è donne sempre”, “questa sera la voglia di cazzo si farà sentire” (nel caso in cui si aggiungano anche gli spogliarellisti).

Un momento, prima dite che si è donne sempre e poi quando una donna si diverte non lo è più? Come funziona questo ragionamento? Non notate che ci sia dell'ipocrisia di fondo nemmeno così tanto velata?

Bisogna far notare che, nel caso sia un uomo a voler andare in discoteca, le persone che ritengono che la donna sia una troia, lo legittimano per un uomo, mentre chi lo legittima per una donna dà all'uomo del porco o del bastardo. Se da un lato ci sono le “cagne”, dall'altro abbiamo il “cacciatore”, se da un lato abbiamo la “cacciatrice”, dall'altra abbiamo lo “stronzone”. Si hanno sempre due pesi e due misure quando le persone sono tutte uguali. Nell'eventualità in cui a una donna poi piacciano gli uomini, ritengo che la voglia di cazzo ci si anche tutto l'anno. Lo stesso vale per le donne a cui piacciono le fighe o tutti e due.

I giorni di queste “feste” mostrano come sempre la falsità delle persone e dei loro ragionamenti.

Ed ecco come, dopo centinaia di anni di tentativi di emancipazione, proprio per l'otto marzo, si attua la svalutazione della donna per la propria libertà sessuale, laddove ancora non è chiaro che una persona (e quindi anche la donna visto che è una persona) può fare quello che più la aggrada, non solo oggi, ma tutti i giorni.

L'assunto dell'essere donne sempre, in ogni giorno dell'anno è giusto, e se qualcuno vuole divertirsi questa sera non è quello il problema.

Il problema sussiste quando ci si ricorda della donna solo in questo giorno, mentre tutti gli altri giorni dell'anno non viene considerata se non alla stregua di un oggetto.

Sentirmi dire – tanto per non uscire dal mio seminato – da mio padre “auguri”, quando ieri sera mi ha detto che spera che il mio futuro marito mi metta in riga a suon di sberloni perché il mio voler avere una relazione sana, fatta sul rispetto e sulla condivisione (anche delle mansioni domestiche) a lui non sta bene visto che pensa che l'uomo in casa non deve fare nulla perché ci sono moglie e figlia che sfaccendano, io non me ne faccio nulla. Sono una presa per i fondelli degli auguri del genere.

Vedere mio fratello che mi porge un rametto di mimosa quando poi i restanti giorni dell'anno mi definisce una sfigata perché amo scrivere e perché sono single (“ma che vuoi rimanere zitella?”) mi fa venire da dire, in un modo nemmeno tanto educato, che la mimosa se la può infilare nel culo visto come mi tratta.
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Per dirlo con un meme. Crediti de L'ignorante.
Non bastano degli auguri o un gesto simbolico a cambiare le cose. Non servono a nulla se non sono accompagnati dai fatti.

Per fatti io intendo i gesti, i pensieri e le parole che recano davvero rispetto a una donna. E questo deve essere fatto da tutti (non è un caso che una delle mie rubriche si chiami “donne che odiano le donne”) e porto alcuni esempi; se li mettessi tutti diverrebbe un papiro.

Dire a una donna che è una troia perché indossa una minigonna non è rispettoso, dire a una donna che è puttana perché fa sesso occasionale non è rispettoso, dire a una donna che non è una donna se non desidera avere figli non è rispettoso.

Augurare a una donna uno stupro perché “quella brutta troia mi ha friendzonato!” è da persone di merda (non posso dire rispettoso) perché non si ha rispetto né della donna in questione (che si è vista come altro) né del sentimento dell'amicizia che si millantava, usandolo come copertura per ottenere qualcos'altro. Uno stupro è quanto di più brutto possa esserci per una persona, non sono auguri da fare, è da teste di cazzo.

Scrivere sotto la foto di una modella/cosplayer/attrice “sei da stupro”, “quanti colpi di minchia che ti darei”, non è rispettoso perché se la loro bellezza e il loro fisico sono adoperati per lo spettacolo, questo non vuol dire che tu, tizio generico, debba sessualizzarle. Non sono dei pezzi di carne, sono persone. 

Dire a una donna che è una troia perché parla col tuo ragazzo (magari anche tentando un approccio con lui) non è rispettoso: per quanto io – singola persona, di nome Barbara – non ami proprio approcciarmi a una persona che so già essere impegnata per rispetto delle persone che vivono la relazione e della relazione stessa, so che non è la donna che sbaglia se le viene data corda dall'altra parte della tua relazione.

Chiedere a una donna a un colloquio di lavoro se ha un partner o una famiglia o desidera avere figli non è rispettoso oltre a essere una cattiveria visto che non sono le capacità lavorative della persona a esser messe in discussione, ma le sue scelte di vita, ledendo quindi l'autodeterminazione della donna nella propria vita.

Giustificare una molestia o una violenza su una donna “per colpa del suo abbigliamento” non è rispettoso, relegare una donna al ruolo di serva in casa – per quanto lei possa dedicarsi alla casa e ai figli per una sua libera scelta – trattandola come una bestia da soma non è rispettoso, dire a una bambina che deve essere sempre essere a modo e non deve giocare (facciamo un esempio) col camion dei pompieri non è rispettoso.

Tantissimi sono i comportamenti di retaggio maschilista che si hanno ancora oggi ed è triste vedere che moltissime sono le donne che cercano di screditare le altre, essendo quindi anche loro maschiliste. Perché sì, il maschilismo non è solo prerogativa degli uomini, come comunemente si pensa.

A tal proposito voglio lasciarvi dei link: parto innanzitutto con quelli del SISM, che in Italia provvede sempre con le campagne di informazione – qui e qui ne trovate due – al fine di sensibilizzare quanto più possibile. In particolare queste due campagne sono contro la violenza sulle donne (in ogni sua forma) e per far capire che l'abbigliamento succinto di una donna non è un invito alla violenza.

Vi lascio anche alcuni miei precedenti articoli: 

Detto questo, voglio porgere i miei più sinceri auguri per la giornata internazionale della donna, con l'augurio di essere donne sempre, in ogni circostanza, secondo la propria volontà, inclinazione e consapevolezza, senza nessuna imposizione culturale o da parte di qualcuno.

lunedì 7 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot: come rendermi felice.

Non ho mai nascosto di amare il cinema, mi piace e quando ho l'occasione vado volentieri a vedere un film in sala, soldi permettendo: di solito vado al cinema il mercoledì pomeriggio, la settimana dopo l'uscita di un dato film, perché c'è la riduzione.
Come sempre, ripeto che non sono un'esperta, non ho nessuna conoscenza a livello di critica cinematografica, non ho studi che vertono nel campo del cinema, sono solo una persona che ama il cinema e ama parlare. Ciò non toglie il fatto che io non sia una di quelle persone radical chic del cavolo che tendono a gettare fango su cose che non hanno mai visto e che conoscono solo per sentito dire: questo è un atteggiamento che non mi appartiene.

Non ci sono spoiler a livello di trama, questa volta sono riuscita a non farne; alle volte però parlo solo di alcune scene in particolare: mi occorre per soffermarmi su quello che voglio dire, ma non sono spoiler grossi della storia.

Mercoledì tre marzo sono andata a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot, primo lungometraggio di Gabriele Mainetti come regista, con Claudio Santamaria nei panni di Enzo Ceccotti, Luca Martinelli in quelli di Fabio Cannizzaro detto “Lo Zingaro” e Ilenia Pastorelli che interpreta Alessia.

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Il consiglio musicale: in realtà sarebbe più un imperativo. Ascoltate la cover di Santamaria, e magari ascoltatela anche quando vedete il film, ovvero restando ai titoli di coda.

Trama: la storia si svolge in una Roma vittima di attentati – si suppone a opera di alcuni estremisti stando alle informazioni dei mass media. Enzo Ceccotti, protagonista e ladruncolo di Tor Bella Monaca (un quartiere alla periferia della città eterna), si tuffa nel Tevere per sfuggire ai poliziotti che lo inseguivano a causa del furto di un orologio: così si apre il film.
Sott'acqua entra a contatto con delle sostanze radioattive nascoste sotto la battigia, acquisendo così dei poteri eccezionali come la super forza e una notevole resistenza. Da lì una serie di avventure lo porteranno ad avere contatti con Alessia, una giovane profondamente segnata da un precedente lutto, che pensa che Enzo sia Hiroshi Shiba, niente meno che il protagonista dell'anime per cui quest'ultima ha un'ossessione: Jeeg robot d'acciaio.
Sulla strada di Enzo (e anche di Alessia) si metterà davanti lo Zingaro, il capo di una “batteria” di delinquenti romani che nutre l'ambizione di fare il “grande salto” nel giro della delinquenza, per diventare così un esponente di spicco della malavita romana.

Lo sproloquio.

La prima cosa che vorrei dire è questa, giusto per essere chiara e per cercare di far capire se può essere un film gradito a chi mi legge: se si cerca un film di supereroi (un cinecomic) come quelli di casa Marvel, questo film non lo è affatto. Se pensate che durante i combattimenti usciranno le nuvolette con le onomatopee, siete sulla strada sbagliata.
Se si cerca la contrapposizione netta tra bene e male, allora non la trovate.
C'è ben altro e personalmente sono contenta che sia così, perché è un prodotto italiano che non scimmiotta affatto le produzioni d'oltreoceano, non risultando quindi né una parodia, né un calco, né un qualcosa di malriuscito.

I rimandi ad altre opere non scadono nemmeno nel citazionismo o nell'autoreferenzialità a un genere solo. Si unisce l'azione alla commedia, il dramma, il sentimento e non mancano gli spunti di riflessione che si possono fare con questo film.

Il tributo a Jeeg Robot di Gō Nagai è ovviamente presente e vivo, ma come dice il titolo stesso, qui non abbiamo il Jeeg Robot di partenza, visto che qui è un antieroe a esser chiamato così.
Se dovessi fare un riferimento fumettistico, l'atmosfera cupa e nera che permea nel film è più riconducibile alle ambientazioni dei fumetti della DC, anziché quelli Marvel, che spesso sono più noti al grande pubblico (almeno così pare a me). Non per nulla l'attentato allo stadio Olimpico mi è sembrato una ripresa dell'attentato allo stadio in The dark knight rises (e forse non è un caso, visto che Claudio Santamaria ha doppiato Christian Bale nei panni di Batman nella trilogia del Cavaliere Oscuro).

Il nero è quasi il padrone assoluto di quel mondo che vediamo sullo schermo, le tinte fosche – contornate da una certa malinconia – sono ben tratteggiate, e sono anche il trait d'union anche della vita dei personaggi stessi. Il nero tinge la periferia e la borgata quindi non risulta essere solo il luogo adatto per far sviluppare le azioni dei protagonisti, ma riesce a essere parte integrante, se non essenziale, sia per la trama stessa sia per l'atmosfera di tutta la storia. L'ambiente si mescola persino ai personaggi, il cui background ci permette di capire perché sono caratterizzati a quella maniera.
Anche le copertine giocano con quest'effetto: se notate quella che ho messo prima vi accorgerete che ricorda molto quella di Sin city.

Il dialetto romanesco è ben inserito nel contesto e per certi versi questa produzione strizza l'occhio sia a Romanzo criminale sia a Gomorra: se vi è un'ispirazione a esse, non si ha comunque nessuna fotocopia. Visto che il tutto si svolge in una periferia, dove la delinquenza e il degrado la fanno da padroni e i personaggi sono legati alla malavita capitolina, non credo avrebbe molto senso farli parlare in un italiano privo di cadenza e magari anche di dissertazioni filosofiche, si perderebbe credibilità e verosimiglianza. La società viene dipinta anche dai dettagli, come il linguaggio.
Mainetti ha usato come ambientazione una Roma moderna, che ricorda quella degli anni di piombo; abbiamo Roma messa a ferro e fuoco da continue bombe, che hanno reso la città stessa e i cittadini paurosi, terrorizzati. Questo stesso clima di terrore lo avvertiamo anche nella nostra realtà, soprattutto dopo i recenti attentati terroristici a noi noti (con l'aggiunta del fatto che si suppone che proprio Roma possa essere una delle prossime “vittime”): ecco dunque come Roma stessa sia diventata una città che ha bisogno del suo eroe, che possa salvarla.

Il voler inserire rimandi ai problemi contemporanei rende la storia non solo più interessante, ma anche più verosimile; parlando di situazioni che potrebbero accadere lo spettatore riesce anche a sentirsi più coinvolto, non rischiando quindi di essere un film di nicchia che può piacere solo ai cultori di questo o di quell'altro genere.

Ammetto candidamente di essere una persona che tendenzialmente apprezza i buoni (nelle opere in generale) e voglio dire che sono molto contenta di aver visto un cattivo che mi ha convinta e conquistata, era da tanto che non vedevo un cattivo così ben fatto.

Lo Zingaro è un uomo animato dal desiderio di rivalsa, un uomo che si è stancato delle misere condizioni in cui annega la sua esistenza e che non esita a fare il passo più lungo della gamba pur di riuscire, non curandosi delle persone che gli stanno accanto: si è proclamato come “capo” della sua banda e agisce come se avesse sempre potere decisionale su tutto.
È un uomo che vuole essere riconosciuto e rispettato, sentendo un senso di inferiorità rispetto alla società che non lo considera; l'ossessione per riuscire a diventare qualcuno nel suo ambiente lo rende cieco, ma non per questo poco realistico. Ricorda il Joker delle pagine di Brian Azzarello, e nella sua follia anche Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti (la scena in cui lo Zingaro si trucca come Robert Smith dei The Cure), ma non solo loro. Sembra che egli stia quasi sempre sul punto di ridere: la sua bramosia di successo lo ha reso a dir poco folle, come uno psicopatico che crede di potersi arrogare il diritto di vita e di morte sulle persone che gli stanno intorno, e la resa su schermo è ottima, la caratterizzazione è spettacolare.

La sua ambizione mi ha anche ricordato molto “il Libanese” di Romanzo Criminale, con cui condivide anche l'impulsività, mentre, per associazione, Enzo mi ha ricordato “il Freddo”: dal carattere divergente, ma entrambi dei disgraziati, e questa volta non alleati, bensì nemici. È il villain per eccellenza, nemesi del protagonista, con cui ha anche qualcosa in comune, mentre sono le scelte fatte che li rendono poi diversi. Queste affinità sono ben mostrate graficamente in questo character poster, dove abbiamo proprio lo Zingaro che tiene in mano una mannaia sulla cui lama appare la figura di Enzo.

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Lo Zingaro èanche figlio del suo tempo e del contesto sociale nel quale si trova a vivere: è “affamato di fama”, e non disdegna i primi piani in televisione o di essere visualizzato su Youtube quando esegue a sangue freddo una mattanza contro il clan dei camorristi che si era inimicato.
Se Fabio ha partecipato da giovane come cantante a Buona Domenica, ottenendo anche un discreto successo, adesso lo Zingaro vuole farsi strada sui social e sulle piattaforme virtuali, perché sono questi i canali che permettono notorietà nel nostro presente. Questa contestualizzazione l'ho particolarmente apprezzata perché al giorno d'oggi non è infrequente vedere persone che girano video amatoriali in cui fanno sfoggio gratuito della loro crudeltà e cattiveria facendo del male agli altri. Vuole essere visto e non si fermerà fino a quando i suoi obiettivi non saranno raggiunti, anche compiendo azioni cattive e molto violente, solo per essere ricordato.

Mi è piaciuto anche molto il dare allo Zingaro la particolarità di essere un cultore della musica degli anni Ottanta, anche nei gesti come la giacca di lustrini e il torso nudo; la buona caratterizzazione che rende bello un personaggio passa anche per i dettagli, che sanno dare il giusto realismo.

Luca Marinelli poi è stato davvero molto bravo: ha saputo rendere molto bene sullo schermo un personaggio dalle tante sfaccettature, con la sua certa dose di carisma, cattiveria, ossessione e di delirio di grandezza. Lui per me era stata l'unica nota di merito nella trasposizione cinematografica de La solitudine dei numeri primi, ero stata tanto colpita da lui nei panni di Cesare (con cui lo Zingaro ha in comune il desiderio di rivalsa, in aggiunta) in Non essere cattivo e qui si conferma nuovamente come un attore davvero in gamba.

La mano tesa a Quentin Tarantino con la scena del mignolo mozzato a Enzo (e che ormai è in necrosi, contrariamente alle aspettative di Enzo stesso che pensava di riattaccarselo) da parte dello Zingaro che poi cade a terra mi ha colpita in positivo: perfettamente inserita nel contesto come reazione dello Zingaro e come possibile gesto in un combattimento tra delinquenti.
Quel dito potrebbe essere ritrovato da un certo Jeffery Beaumont, chissà, mi fa sorridere l'idea, perché la mia mente è subito andata a Velluto Blu di David Lynch.
Si hanno anche il macabro e la violenza, specie quella gratuita dello Zingaro, a differenza di quella di Enzo: quest'ultimo si è sempre limitato a delle scazzottate, senza cercare di uccidere il prossimo, il primo no.
L'italianità del film – senza essere macchiettistica o patetica – è da ricercare oltre nel film anche negli episodi di uccisioni: quando i camorristi sono lì per lì per uccidere lo Zingaro mentre gli mettono in bocca una mozzarella di bufala – prodotto campano per eccellenza – ecco vedere il sangue sulla mozzarella. Il tutto non risulta stupido, bensì perfettamente inserito nel contesto.

Cosa dire, a questo punto, di Enzo?
Egli è, per dirla in breve, un supereroe “coatto”, un uomo grosso come un orso (Santamaria ha preso anche peso per poterlo interpretare fisicamente), oltre che burbero e scontroso. Sempre solo, quando lo si vede sulla scena è greve, cammina a passi lenti e pesanti, come se la sua esistenza fosse un macigno che gli reca tristezza. Sembra che l'unica dolcezza che trova sia quella dei budini alla vaniglia – mangiati in quantità industriale – che sono l'unico pasto della sua dieta e la “gioia” gli deriva dai film porno di cui sembra fare collezione. Conduce una vita apatica, apparentemente prima di emozioni, dalle azioni meccaniche – e sempre le stesse – da cui comunque non pare trarre piacere, né dalla vita né da ciò che fa, un poco come il Léon di Luc Besson (con tutta la differenza del caso).

Nelle scene in cui si ha solo Enzo, la lentezza delle scene girate sono perfettamente in linea con il personaggio, come se egli vivesse una situazione di stallo di cui anche lui – per rassegnazione o forse no – sa che tutto resterà così come è sempre stato, senza alcuna possibilità di cambiamento, lasciandosi intrappolare ancora di più dalle spire della negatività e dell'indifferenza verso il mondo esterno e gli altri che gli appartengono sin dalla prima scena, quando conosciamo per la prima volta il protagonista.
È laconico e preferisce stare sulle sue, ma i silenzi riescono a dire tanto di lui: è un ladro di periferia che non ha mai fatto il salto, e non appena si ritrova con dei poteri, ecco che li usa per sistemarsi, per riuscire a star meglio.

Quando tira un bancomat per prendere i soldi non ha affatto agito come un supereroe – come quelli a noi noti – dato egoisticamente ha pensato solo a se stesso.
Senza nascondersi dietro un velo di buonismo, ecco cosa ho pensato: chi non lo avrebbe fatto al posto suo? Aveva trovato il modo per arricchirsi, continuando con la delinquenza, dato che probabilmente era l'unica cosa che sapeva fare, perché non riesce a vedere nessun altro modo per vivere.

L'ambiente in cui vive pare rappresentare il suo mondo interiore: lo sporco e il degrado di casa sua può essere visto come l'immagine della sua anima macchiata dal crimine e dalla corruzione. L'incuria verso la sua casa è sintomo della sua indifferenza anche verso la sua stessa vita, i cui giorni sembrano passare tutti uguali, senza che nulla possa cambiare, almeno secondo lui. Laddove lo Zingaro abbellisce i suoi ambienti (perché vuole cambiare vita, con tutto ciò che ne consegue se cambia anche la qualità della stessa), Enzo non lo fa, ma il cambiamento arriva quando giunge Alessia.

Alessia è una giovane adulta che possiede l'innocenza tipica dei bambini, Ilenia Pastorelli col suo accento verace riesce a rendere una “bambina cresciuta” che vive in periferia e che si è creata un mondo tutto suo per sfuggire alle brutture del mondo, a partire da quello più vicino a lei, ovvero quello del suo ambiente familiare.
Anche Enzo si crea un mondo tutto suo, ma è più disilluso, un mondo tetro e cinico; questo però non toglie che il nero della sua vita inizi a diradarsi non appena ha a che fare con Alessia.
Il suo essere al contempo sì infantile, ma anche convinta che aiutare gli altri sia sempre la cosa giusta da fare, scuote Enzo (che non è affatto immune al fascino femminile), che non riesce a restare indifferente alla sua purezza e bontà.

Per quanto coi suoi modi di fare cerca di respingere la giovane, magari provando ad aprirle gli occhi sul degrado e sulla cattiveria del mondo in cui Alessia vive, Enzo fallisce in questa “impresa”, e si lascia trascinare da lei, lasciando intuire a se stesso che c'è del buono in lui. Se lo spettatore lo immaginava sin dall'inizio – perché si suppone che il supereroe sia buono – Enzo capisce piano piano che la bontà albergava in lui, si ha un'evoluzione del personaggio graduale, non repentina, e questo è degno di nota.

Enzo dunque si ritrova a essere un supereroe suo malgrado, e per quanto gli risulta possibile, con i mezzi che gli sono propri, cerca di impedire che lo Zingaro riesca nella sua folle impresa. Continua sempre a essere di poche parole, ma quando racconta ad Alessia della sua gioventù a Tor Bella Monaca, ecco che si ha un dialogo incisivo e al contempo umano, che rivela che c'è davvero dell'umanità in lui, anche se non voleva farla trasparire.

L'evoluzione di Enzo si rivela anche sul profilo sentimentale. Lui ammette di “non saperci fare con le donne”; ma la tenerezza di Alessia lo scuote e anche lei a sua volta prova qualcosa per lui.
Si avvicinano sempre di più e lei gli confessa di aver subìto degli abusi ripetuti nel tempo e la sua innocenza e la sua purezza appaiono intoccati da Enzo che, nonostante tutto, agli occhi di Alessia resta il suo “salvatore”.

Il desiderio della ragazza di volere un vestito da principessa rivela ancora di più il candore di un'anima che nonostante tutto riesce a essere ancora lieta, a modo suo, ed è emblematico il modo in cui Alessia si rivolge poi a Enzo dopo che sono andati in un centro commerciale: è sì innocente, ma il suo passato la perseguita e questo la fa aggrappare ancora di più al mondo di fantasia che si è costruita.
Da qui si capisce che l'“assalitore del bancomat” ha dei sentimenti e vuole provare a concretizzare qualcosa.

Alessia è la luce che riesce a rarefare le ombre dell'animo di Enzo e questo si vede anche dal riflesso del suo spirito ovvero la casa di Enzo stesso: da quando c'è Alessia il tutto appare un poco più vivo, colorato, anche grazie all'acquisto della serie animata di Jeeg.

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Seguendo la storia ci sono dei momenti in cui sale anche l'ansia perché sai che di lì a breve succederà qualcosa, magari anche negativa: sai che succederà ed ecco che sale la tensione e per quanto lo si possa aver intuito ecco che quando accade non puoi comunque far a meno di esser stupito e di esclamare minimo un “oddio”. Il crescendo di emozioni è incisivo e le inquadrature usate per le scene d'azione sono efficaci, pare proprio di essere lì sulla scena ad assistere alle mazzate in diretta.

Le musiche (vi ho messo il link dell'album colonna sonora su Spotify) sono molto suggestive e sono in linea con l'avvenimento proposto sulla scena, riflettendo anche l'atmosfera generale della pellicola.
Enzo non ha un costume come tutti gli altri supereroi classici, e questa cosa mi è particolarmente piaciuta: non ha voluto essere un eroe e se dapprima vestiva di scuro continuando con la delinquenza, come mostrato nel suo character poster, ecco che poi indossa i colori della maschera fattagli da Alessia, che gli ha illuminato la vita.

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Cosa poter dire di più? Sono davvero molto contenta che finalmente in Italia sia stato prodotto qualcosa di bello, un film che non sia una ripresa sia a livello di ambientazione sia di contenuti a cose e luoghi a noi lontani o sconosciuti o noti soltanto grazie all'informazione globale.
Mainetti ci ha dimostrato come si possa rendere un supereroe italiano senza dargli un tono caricaturale oppure del tutto estraneo al contesto della nostra penisola.

La trama incalza, non vi sono buchi all'interno della narrazione, che risulta quindi chiara, precisa, con rimandi ed elogi sentiti, ma che non hanno alcun effetto discordante. Quello che era stato iniziato con i cortometraggi Basette e Tiger Boy, adesso con Lo chiamavano Jeeg Robot Mainetti ci regala un supereroe tutto nostro, per il quale parteggiare, che ci mostra che anche l'Italia può avere il suo eroe, per nulla lontano dalla vita vera.

Sono felice di averlo visto e, se avete l'occasione, andate a vederlo al cinema. Ne vale la pena.